L'uomo che uccise Don Chisciotte: Terry Gilliam presenta alla stampa italiana il film atteso da 20 anni

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L'uomo che uccise Don Chisciotte: Terry Gilliam presenta alla stampa italiana il film atteso da 20 anni

Un Terry Gilliam in splendida forma, accompagnato dal fido direttore della fotografia Nicola Pecorini, perfetto scudiero del suo donchisciottesco amico, ha presentato alla stampa romana L’uomo che uccise Don Chisciotte, il film che dopo vent’anni di tribolate disavventure, risolti gli ultimi strascichi legali senza danno alcuno, arriverà giovedì 27 nelle sale italiane distribuito da M2 Pictures. E si tratta di un appuntamento da non mancare assolutamente per tutti gli estimatori del maestro dell’immaginario ed ex Monty Python, accolto da un affettuoso e caloroso applauso al suo ingresso in sala. Si tratta infatti di un’opera affascinante, un compendio delle ossessioni di Gilliam, una riflessione sull’arte e sul cinema, con due straordinari protagonisti come Adam Driver e Jonathan Pryce.

Quanto al primo, che si ritrova suo malgrado a recitare il ruolo di Sancho Panza, Gilliam ha raccontato di averlo conosciuto in un pub londinese, e di averlo scelto nonostante non avesse visto nessun film o serie tv da lui interpretato, perché “era molto diverso dal personaggio originale, e questo mi è sembrato perfetto perché mi ero annoiato della vecchia idea (quella del 2000 con Johnny Depp, ndr). Lui non ha l’aspetto di una star, non si comporta e a ben pensarci non si comporta nemmeno da attore, è una persona unica, ci siamo trovati benissimo ed è così che ha avuto la parte”. Jonathan Pryce invece “voleva fare questo film da 15 anni e non l'ho mai preso. E’ stato fantastico, si è divertito ed ha aggiunto tantissime cose, è diventato un po’ come tutti i personaggi scespiriani che ha interpretato nel corso della sua carriera racchiusi in uno solo”.

Qualcuno gli chiede come si trova a difendere le virtù della fantasia in un mondo del cinema sempre più realistico. Gilliam si stupisce, e risponde: “Dice che Avengers somiglia a Sancho Panza? No, non sono d'accordo, i grossi film sono dei fantasy senza alcuna connessione con la realtà, è un mondo onirico per ragazzi, mentre per me in un film c'è bisogno di entrambi. Io amo la lotta tra la fantasia e il mondo del reale. Don Chisciotte è il matto, il sognatore, mentre Sancho Panza è quello realista, è sempre un doppio atto, ci vogliono entrambe le componenti. Forse i film solo realistici sono quelli che non hanno molti soldi e quindi possono essere solo tali e banali. Considerate che lo abbiamo girato sul posto, senza set ricostruiti, e questa sensazione di essere nel mondo reale, di annusarlo, di toccarlo, ci ha dato la sensazione di tenere i piedi per terra. In fondo ha limitato le idee”.

“Più che limitare le idee – interviene Pecorini - limita le possibilità: se non ci sono soldi e non c’è tempo ci si deve adattare alla realtà, che è quello che poi fa Don Chisciotte, che trasfigura i pericoli e gli ostacoli che comunque esistono. A volte le difficoltà limitano le possibilità e questo aiuta la fantasia”.

Come è arrivato a questa versione, dalla prima idea del film? “Abbiamo una trentina d’anni di tempo? Diciamo che quando ho letto il libro per la prima volta nel 1989 mi sono detto che era impossibile, perché era enorme, gigantesco, ricco. L’idea originale somigliava un po’ a L’ultimo urrà, c’era un vecchio col suo scudiero che si diceva “se solo avessi fatto questo, se solo avessi fatto quello”, poi uno di loro avrebbe smesso di dirlo e avrebbe deciso di fare qualcosa. Il cambiamento maggiore c’è stato 3 o 4 anni fa, ed è stato quello di fare di Toby un regista che aveva fatto un film su Don Chisciotte 10 anni prima. Perché è importante sapere cosa fanno i film alla gente e i pericoli a cui la espongono. In un certo senso sono come i libri di avventure che Don Chisciotte leggeva e l'hanno reso pazzo. I film fanno questo, almeno ad alcuni. C’era l’idea di un Toby innocente e pieno di idee, prima della corruzione derivata dal successo, e di mostrare come la sua opera aveva influenzato la vita delle persone del villaggio. In tutti questi anni per me è diventato un film migliore, per il fatto di averlo dovuto scrivere e riscrivere. In un certo senso il film si è scritto da solo, è stato solo uno scrittore molto lento”.

Un’altra differenza rispetto alla prima versione della storia è che qua non c’è un viaggio nel tempo: “Il personaggio veniva colpito alla testa e si ritrovava nel XVII secolo incontrando il vero Don Chisciotte. Qua è un uomo che svende il suo talento per soldi e fa mediocri spot pubblicitari. E in più somiglia un po’ alla storia di Frankenstein: lui ha creato Don Chisciotte, è colpevole ed ha molte responsabilità, troppi registi non accettano la responsabilità per gli effetti dei loro film e credo che invece dovrebbero farlo, i film sono molto importanti, possono insegnare alle persone a comportarsi in maniera corretta o, cosa ancora più interessante, scorretta”.

Qual è stato il motivo che l’ha spinto a perseverare per tutto questo tempo? “Il motivo è che tutte le persone ragionevoli mi hanno detto di fermarmi e io voglio essere irragionevole, non credo alla ragionevolezza. Chisciotte è un personaggio molto pericoloso e quando inizia a vivere nel tuo cervello devi continuare a farlo finché quasi muori, io ho fallito di poco quest'ultima parte. Se ho un altro progetto simile? No. La mia vita è vuota, sono un morto vivente (aggiunge in italiano, tra le risate generali)".

Quando si invecchia, si diventa più Don Chisciotte o Sancho Panza? “Penso che alcune persone diventino più come Sancho, più rigide e spaventate da quello che esce dai consueti binari, e altri sono come bambini. Siamo entrambe le cose, dipende dalla vita che facciamo se diventiamo più folli o più noiosi. Una delle cose che mi ha consentito di sopravvivere sul set è il fatto che mia figlia Amy ha avuto una bambina che ha 1 anno e che ha dato il suo contributo, potevo stendermi per terra e giocare con lei, che era più vecchia di me”. C'è qualcuno dei suoi sogni a cui pensa che sarebbe stato meglio rinunciare? “Mi piacciono tutti i miei sogni, mi ci aggrappo disperatamente, la vita normale è molto ripetitiva, i miei sogni non lo sono mai, quindi non rinuncio e non rinuncerei mai”.

E se Gilliam dichiara che oggi un film come Vita di Brian non sarebbe stato possibile e non vede eredi diretti dei Monty Python, nati prima che il mondo diventasse politicamente corretto, è Nicola Pecorini a dare una sintesi perfetta e senza peli sulla lingua della storia di questo film: “Io sono stato testimone privilegiato della sua evoluzione. Nel 2000 era molto più ambizioso, più grandioso, con centinaia di comparse, voleva essere un film epico, proprio come il romanzo di Cervantes, e man mano, anche per l’evoluzione nella persona di Terry è diventato molto più intimo, molto più autobiografico. Senza la merda che abbiamo passato coi Weinstein, senza la morte di Heath Ledger, sarebbe stato un altro film. Si è fatto da sé già prima che arrivassimo sul set, in 18 anni in cui ho rinunciato a tantissimi lavori per non fare nulla”. “Bisogna soffrire per l'arte” commenta Gilliam. “Ma fino a un certo punto”, conclude Pecorini in quello che si capisce essere un consueto scambio nel rapporto affiatato e sincero tra i due.

Ma l’immaginazione, rappresentata da Don Chisciotte, muore? “non muore mai, c'è sempre un passaggio della conoscenza, questo è quello che fa l'arte, noi non inventiamo niente, rubiamo tutti da quelli che sono venuti prima e ci aggiungiamo la nostra esperienza. Dico sempre che esistono solo sette belle storie e continuiamo a ripeterle, non cambiamo molto, ma una bella storia vive per sempre”.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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