Padri e figlie Recensione

Titolo originale: Fathers and Daughters

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Padri e figlie: la recensione del nuovo film americano di Gabriele Muccino

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Padri e figlie: la recensione del nuovo film americano di Gabriele Muccino

New York, anni '80: Jake Davis è uno scrittore famoso, premiato col Pulitzer. Dopo un incidente in cui la moglie muore e la figlia resta miracolosamente incolume, gli restano gravi danni neurologici che inizialmente si illude di tenere sotto controllo ma che piano piano prendono il sopravvento impedendogli di scrivere, vivere una vita normale e soprattutto prendersi cura dell'adorata Katie. Per questo accetta di affidarla per un periodo agli zii ed entra volontariamente in una clinica psichiatrica. Quando ne esce dovrà cercare di mantenere la custodia della piccola e affronterà un periodo di fallimento professionale ed economico, spronato a non arrendersi dall'amore per la figlia e per il loro rapporto, su cui sta scrivendo il libro “Padri e figlie”. 20 anni dopo Katie, ormai adulta, riempie la sua vita segnata dalla tragedia con incontri amorosi occasionali e con la cura psicologica di bambini traumatizzati. Ma forse non tutto è perduto per lei: grazie all’incontro con Cameron e con una ragazzina particolare imparerà a sollevarsi e ad andare avanti.

Ma quanta paura fanno i sentimenti ai critici? Quanti di noi si vergognano di piangere al cinema, di commuoversi o semplicemente di apprezzare storie (solo) in apparenza semplici come quella raccontata in Padri e figlie di Gabriele Muccino? A giudicare da alcune reazioni lette e ascoltate dopo la proiezione, viene da rispondere "parecchio". Come se certi generi di cinema fossero a priori ricattatori e sdolcinati e non si tenesse conto del modo in cui i temi vengono declinati e della loro legittimità ad esistere.

Sarà come vi pare, ma Padri e figlie è una lezione di cinema e di regia che arriva da un autore maturato (probabilmente anche come persona) e che serve al meglio col suo stile e la direzione degli attori la storia che ha scelto di raccontare, una sceneggiatura di Brad Desch che dal 2012 girava per le scrivanie di Hollywood, letta, apprezzata, perfino recensita (vedere qua) e alla fine realizzata.

Di fronte ai tanti film che vediamo dalla prevedibile trama lineare, con dialoghi che suonano finti come una moneta da cinque euro, è un piacere assistere a una storia ben scritta, con personaggi interessanti e plausibili (sia pure upper class), che parlano e si comportano come la gente farebbe davvero in certe situazioni e che rendono più facile l’identificazione. Quello di scivolare nella retorica è un rischio calcolato quando si parla di amore, famiglia, lutto, perdita, speranza, disperazione, malattia e guarigione, creatività, aridità e morte ovvero della vita nelle sue componenti ed emozioni più essenziali e tragiche, che mettono a nudo la vulnerabilità dell’essere umano.

Grazie alla qualità della scrittura ma anche ad una regia attenta e contenuta, Muccino riesce ad evitare queste trappole. C’è una dignità di fondo nel personaggio interpretato con grande sensibilità e convinzione da Russell Crowe, che lavora egregiamente sul contrasto tra il suo fisico imponente e la sua incapacità di dominare una condizione che lo devasta. Ma non è certo l’unico del variegato cast a spiccare, dal momento che il regista romano è uno di quelli che gli americani definiscono an actors’ director e ottiene sempre le performance migliori dai suoi interpreti. Oltre alle due piccole Quvenzhané Wallis, indimenticabile protagonista di  Re della terra selvaggia, e alla straordinaria Kylie Rogers, scelta anche da Steven Spielberg per la serie The Whispers, ognuno rifulge nel suo ruolo. Da Bruce Greenwood nel ruolo dell’autoritario e falsamente comprensivo cognato a Diane Kruger in quello della zia “stronza” che nasconde il dolore di non aver mai conosciuto l’amore in vita sua.

Nella parte contemporanea brillano Amanda Seyfried, molto credibile nella sua autodistruttiva fragilità, Aaron Paul, Octavia Spencer e Jane Fonda. Tutt’altro che sprecate sono le partecipazioni di questi attori famosi, che Muccino dimostra di apprezzare come interpreti, parte di un insieme collettivo, e non come icone immediatamente riconoscibili.

E se lo può permettere, come si può permettere di scegliere una delle canzoni più belle e struggenti di Burt Bacharach, Close to you, come simbolo del legame tra padre e figlia nel film. Qua e là ci sono anche le sue firme, le strade bagnate dalla pioggia, la canzone dell'amico Lorenzo Jovanotti (appena accennata) e un paio di piani sequenza virtuosistici. A merito del regista va anche quello di aver reso naturali e impercettibili in fase di montaggio i continui passaggi temporali dal passato al presente, che risultano naturali e mai forzati.

Alla fine, secondo noi, la sua scommessa è vinta e anche se le battute sui critici paragonati come utilità agli scarafaggi non sono farina del suo sacco, immaginiamo che un certo gusto l’avrà provato nel sentirle pronunciare dal suo protagonista. Tra il pubblico di questo film - un tearjerker non smaccato e piagnucoloso -  qualcuno si commuoverà, altri semplicemente rifletteranno sui propri rapporti coi genitori o coi figli, altri ancora parteciperanno in altro modo alla storia, qualcuno storcerà il naso giudicandola troppo melodrammatica. Ma come Truffaut faceva dire a Mathilde/Fanny Ardant in La signora della porta accanto, le canzoni più sono stupide e più sono vere, parlano direttamente al cuore e non al cervello di chi le ascolta, così come la vita e come certi film.

 

Padri e figlie
Il trailer italiano del film - HD
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Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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